Imprevisto: riparti dal via

Eccomi qui. Mi sembra come se nel pieno di una partita a “Monopoli” avessi preso la carta degli imprevisti che diceva “Riparti dal via”.

Quella carta l’ho presa un paio di settimane fa, e mi sono ritrovata a Civitanova Marche, da dove a diciannove anni avevo preso un treno diretto a Bologna, certa che qui non ci sarei più tornata a vivere. Nel frattempo ho cambiato città, sono andata a Roma, ho iniziato la mia carriera, fatta di tanti stop e accelerazioni insperate, mi sono innamorata, ho progettato una vita che poi ho buttato al vento, ho iniziato un’avvincente vita da single sempre in viaggio che sembrava un’avventura pazzesca, finché una Pandemia non mi ha “regalato” il famoso “anno sabbatico” che nel nostro Paese sembrava una lusso per pochi fortunati… e poi ho preso la carta degli imprevisti.

In realtà questa decisione la covavo da giugno scorso. Per la prima volta, però, ho potuto prendermi del tempo per ascoltarmi, ragionare, e non fare cose di impulso.

Sono tornata a casa, più precisamente nella casa dei miei nonni, a due passi da quella dei miei genitori, dove ho passato la mia infanzia e adolescenza. Eravamo la famosa famiglia allargata italiana, i miei cugini sono come fratelli e sorelle, eravamo sempre tutti insieme a festeggiare e a condividere gioie e dolori. Questa casa era il centro di tutto perché qui c’erano i miei nonni. Fino al 2006, quando mia nonna, ormai sola, si è trasferita a vivere i suoi ultimi anni in compagnia a casa dei miei genitori, soli anche loro dato che io e mia sorella eravamo partite.

Da allora questa casa è rimasta chiusa. Solo tre mesi l’anno viene vissuta da degli sconosciuti. Quando sono arrivata alcune amiche mi hanno chiesto se non avessi “paura” a stare qui da sola: ma come potrei aver paura di stare nella casa in cui sono cresciuta?!

Appena arrivata ho sistemato le mie cose, miscelandole con quelle dei miei nonni che non abbiamo mai avuto il coraggio di buttare. Mi godo il lusso di una casa luminosa, grande, tutta per me. Ho una stanza per lavorare, una per cucinare, una per leggere e ascoltare la musica, una camera per dormire e un’altra pronta per ospitare chi vorrà venire a trovarmi appena si potrà. E poi posso passare a salutare i miei genitori quando voglio.

1942, il viaggio di nozze a Venezia dei mie nonni

Non ho intenzione di vivere tutto questo con eccessiva nostalgia. Conservo lucidi i ricordi dei momenti belli ma anche di quelli tristi, abbiamo sempre affrontato tutto insieme e anche la morte l’ho vista in faccia da quando ero piccola. So bene che proprio nel passato si annida il seme di tanti sensi di colpa che ho poi sviluppato nel tempo. Ma credo che ormai a quarant’anni ho fatto pace con quel lato oscuro. Stare qui, essere tornata nella città dalla quale ero scappata, con un mio personale bagaglio di esperienze, mi fa sentire fiera del percorso fatto. E mi aiuta a ricordare quali erano i miei sogni da bambina, quali sono le mie radici, e i miei valori.

Ogni bicchiere, tazza, foto, accende un ricordo. Non sono un’amante del vintage, anche se la mia famiglia tende ad accumulare. Io oscillo tra il tenere le cose da parte per anni e poi buttarle di botto. Ma qui ammetto che sto usando anche le stoviglie con riverenza.

Anche il resto della mia famiglia sta tornando a parlare del passato. Questa casa c’è sempre stata, ma il mio tornarci a vivere sta facendo in qualche modo rivivere anche i ricordi che qui sono custoditi.

Ritrovo le radici del mio essere accudente. La semplicità con cui mi metto a cucinare, improvvisando, ma sempre con una base di ricette di famiglia. Mi piace avvolgermi nella coperta fatta da mia nonna. Mi diverto ad appendere le mie opere: dove c’erano Santi e Madonne ora ci sono le mie donne ricamate. La luce calda che accendeva nonno la sera. La sua poltrona che mi avvolge.

Sto cercando di ricordare quando abbiamo smesso di desiderare di avere una famiglia allargata, una casa grande.

Scrive il poeta Franco Arminio:

Tornate al vostro paese, non c’è luogo più vasto. Tornate presto, non pensate se è conveniente per la vostra vita. Cominciate la grande migrazione al contrario. Avete una casa vuota che vi aspetta, la casa che vostro nonno ha costruito coi soldi dell’emigrazione: voi qui potete accendere la vita, altrove al massimo potete tirare avanti solo la vostra vita. Tornate, non dovete fare altro. Qui se ne sono andati tutti, specialmente chi è rimasto.

Non so quanto resterò qui, ma già queste due settimane sono state intense.
La notte ho anche ripreso a sognare!
Chissà dove mi condurrà tutto questo….

Essere protagonista

Si, lo so, non scrivo spesso.
Ma questa volta ho una giustificazione: stavo progettando un cambio vita assai importante.

Martedì ho lasciato Roma.

Una decisione ragionata, sofferta. Forse per la prima volta mi sono messa in ascolto di me stessa e ho assecondato quella sensazione di sofferenza che mi attanagliava da troppo tempo, e ho agito.

Agire. Muoversi. Prendere delle decisioni.

Chiusi in casa, sembra che abbiamo perso il controllo della nostra vita, ma in questi mesi ho capito che non è proprio così: solo noi possiamo decidere se essere vittime o protagoniste delle situazioni.

Il mio animo inquieto mi ha riportata al nastro di partenza. E dopo 21 anni sono tornata a casa mia, nelle Marche.
Un furgone con quarantuno scatoloni, uno per ogni anno della mia vita. Scarpe, libri, vestiti… sogni. Vedere tutte insieme le proprie cose fa un certo effetto!

Avevo bisogno di un cambiamento e volevo avere il mare vicino. Dato che ho la fortuna di avere a disposizione la casa dei miei nonni tutta per me, ho lasciato con dolore la mia stanza romana, la mia vita, i miei amici e i miei gatti (ma di questo non parlerò perché riprenderei a piangere) e con un viaggio di quattro ore mi sono catapultata in una nuova città. Certo, qui ci sono nata, ma ormai mi sento straniera. E’ da qui che a diciannove anni ho preso un treno, diretta a Bologna, a sognare di lavorare in teatro. E l’ho fatto! Io ho fatto tutto (o quasi) quello che sognavo di fare. Questi mesi di pandemia mi hanno da una parte fiaccata, ma soprattutto mi hanno rimessa in ascolto dei miei desideri.

E ho capito una cosa importante: non siamo alberi. Ci possiamo muovere. Andare, tornare. La vita, la nostra vita, è mobile. Perché allora ci fissiamo e ci inchiodiamo in scelte e progetti che magari non ci assomigliano più?

Non credo nell’indeterminato, nel per sempre.

Credo nella cura, nella conferma quotidiana, nell’ascolto.

Ecco qui. Penelope ha cambiato città. Non so per quanto tempo. Sarà così finché ne avrò voglia.

La cosa su cui sto più riflettendo è un mal celato “senso di colpa“. Sono serena, e questo mi fa sentire in colpa. Non credo sia un’anomalia. Credo che ognuno di noi ha sentito questa sensazione quando ha preso una nuova strada, soprattutto se non accolta con entusiasmo da chi lo circonda. Accolgo anche questa nuova sensazione e vado avanti.

C’è chi fa della “resistenza” una qualità. Resistere fino alla morte. Inizio a pensare che non abbia un’accezione così positiva. Sto invece cercando di abituarmi ai “vuoti”. Al lasciare andare. Alle mancanze. Di persone accanto, di abbracci. Al vuoto di un lavoro che non c’è. E quel vuoto credo vada vissuto, attraversato. Non per forza riempito.

Torna in nostro aiuto Mariangela Gualtieri

Chiedo la forza del tirarsi indietro
la forza d’ogni rinunciante, la forza
d’ogni digiunante e vegliante
la forza somma del non fare
del non dire del non avere del non sapere.
La forza del non, è quella che chiedo.
Non non non: che parola splendida
questo non.

Più leggera sono pronta a dire “sì” e assecondare nuovi progetti. Appena ci saranno. Intanto studio e ricamo…

Adesso

Adesso è il 9 marzo 2021.

Adesso guardo fuori dalla finestra, sempre la stessa da un anno (tranne alcune bellissime fughe), e piove.

Adesso mi sento bene, un pò spaventata, ma mi sento bene.

A un anno di distanza lo posso dire: il Covid io non l’ho ancora preso.
Lo sto, però, subendo.
Da quando, un anno fa, ho lasciato il mio ufficio e non c’ho più rimesso piede (e credo che non ce lo rimetterò più).
Da quando, un anno fa, ho smesso di abbracciare e baciare.

Ma un anno fa ho deciso che da questa pandemia ne sarei uscita migliore.
Adesso, oggi, ora, posso dire che così è stato.

Proseguo il mio percorso di ri-esistenza.

Adesso ho tanti sogni nuovi, aspirazioni e non voglio tornare a quello che prima consideravo “normale”.

Sto per fare delle scelte importanti, dolorose.
Ma adesso, oggi, ripercorro questi dodici mesi con la memoria e mi commuovo.
Abbraccio Fischio (il gatto che adesso è mio, domani non lo so) e lo ringrazio per essermi stato vicino in questo anno assurdo e per avermi insegnato a “stare” senza attaccamento.

Non tutti oggi hanno questa sensazione di serenità che ho io.
Ma io, permettetemi, me la sono guadagnata col sudore, le lacrime versate, la tigna che mi contraddistingue.

Adesso dico che sono stanca di essere nel “limbo ” della cassa integrazione. Che non sono “fortunata perché almeno io prendo dei soldi”. Non c’entra la fortuna, la fortuna non esiste. Sono stati i sacrifici e i compromessi, è stato il coraggio con cui ho creato il mio personale percorso. Ho fatto tantissimi errori, ma rivendico tutto.
Non sono beata, la beatitudine arriva quando sei felice del tuo lavoro, hai dei progetti, una prospettiva. Io prendo un sussidio per non fare nulla, ma tutto questo mi schiaccia e mi impoverisce, anche economicamente. E da questa situazione voglio uscire il prima possibile.

Mi manca il teatro. Mi manca la mia comunità.

Ma da qui, adesso, ricomincio. Ancora una volta.
Può una pandemia compiere gli anni? Boh, questa pare di sì. E sembra anche che non voglia morire (sinceramente non ho mai augurato la morte a nessuno, ma al Covid si).

Non voglio più perdere tempo, ogni mia azione voglio che sia coerente al il mio sentire.
Mi fa paura chi non è cambiato. Se nemmeno una pandemia ci ha portati a cambiare il nostro stare in questo mondo… beh…. allora abbiamo un grosso problema.

Adesso, oggi, riparto dalla Maestra Mariangela Gualtieri

Adesso

Adesso è forse il tempo della cura. Dell’aver cura di noi, di dire noi. Un molto largo pronome in cui tenere insieme i vivi, tutti: quelli che hanno occhi, quelli che hanno ali, quelli con le radici e con le foglie, quelli dentro i mari, e poi tutta l’acqua, averla cara, e l’aria e più di tutto lei, la feconda, la misteriosa terra. È lì che finiremo. Ci impasteremo insieme a tutti quelli che sono stati prima. Terra saremo. Guarda lì dove dialoga col cielo con che sapienza e cura cresce un bosco. Si può pensare che forse c’è mancanza di cura lì dove viene esclusa l’energia femminile dell’umano. Per quella energia sacrificata, nella donna e nell’uomo, il mondo forse s’è sgraziato, l’animale che siamo s’è tolto un bene grande. Chi siamo noi? Apriamo gli occhi. Ogni millimetro di cosmo pare centro del cosmo, tanto è ben fatto tanto è prodigioso. Chi siamo noi, ti chiedo, umane e umani? Perché pensiamo d’essere meglio di tutti gli altri? Senza api o lombrichi la vita non si tiene ma senza noi, adesso lo sappiamo, tutto procede. Pensa la primavera scorsa, son bastati tre mesi – il cielo, gli animali nelle nostre città, la luce, tutto pareva ridere di noi. Come liberato dall’animale strano che siamo, arrivato da poco, feroce come nessuno. Teniamo prigionieri milioni e milioni di viventi e li maltrattiamo. Poi ce li mangiamo, poveri malati che a volte non sanno stare in piedi tanto li abbiamo tirati su deformi – per un di più di petto, per più latte. Chi siamo noi ti chiedo ancora. Intelligenze, sì, pensiero, quelli con le parole. Ma non vedi come non promettiamo durata? Come da soli ci spingiamo fuori dalla vita. Come logoriamo lo splendore di questo tiepido luogo, infettando tutto e intanto confliggiamo fra di noi. Consideriamo il dolore degli altri e delle altre specie. E la disarmonia che quasi ovunque portiamo. Forse imparare dall’humus l’umiltà. Non è un inchino. È sentirsi terra sulla nobile terra impastati di lei. Di lei devoti ardenti innamorati. Dovremmo innamorarci, credo. Sì. Di ciò che è vivo intorno. E in primo luogo vederlo. Non esser concentrati solo su noi. Il meglio nostro di specie sta davanti, non nel passato. L’età dell’oro è un ricordo che viene dal futuro. Diventeremo cosa? È una grande avventura, di spirito, di carne, di pensiero, un’ascesa ci aspetta. Eravamo pelo musi e code. Diventeremo cosa? Diremo io o noi? E quanto grande il noi quanto popolato? Che delicata mano ci vuole ora, e che passo leggero, e mente acuta, pensiero spalancato al bene. Studiamo. Impariamo dal fiore, dall’albero piantato, da chi vola. Hanno una grazia che noi dimentichiamo. Cura d’ogni cosa, non solo dell’umano. Tutto ci tiene in vita. Tutto fa di noi quello che siamo.

2020 + 1

Questo “nuovo anno” (almeno in questi primi giorni!) sembra il 2020 mascherato. Sono anni che non faccio buoni propositi per il nuovo anno e mai come in questo periodo siamo ancora imbrigliati dal Covid e dalle modalità di non-vita che comporta essere in pandemia.

Negli ultimi giorni del calendario 2020 ho provato a fare una raccolta dei ricordi dei dodici mesi precedenti nella pagina facebook di Penelope. Perché credo sia importante uscire dalla narrazione collettiva che tende a semplificare le cose. Non possiamo archiviare il 2020 come “un anno da cancellare”. Io non cancello un bel niente! Anzi, credo che il modo con cui abbiamo affrontato un virus, che non dipende da noi, dica molto del nostro carattere e del nostro modo di vivere.

Nell’archivio 2020 spicca il mio viaggio in Brasile, nato per festeggiare i 20+20. Quarant’anni passati per lo più in quarantena… eppure sono arrivata a Rio De Janeiro e nei mesi tra un lockdown all’altro sono tonata a Stromboli, sono andata a Venezia (ho anche preso una gondola!), sono andata per la prima volta a Genova, tornata a Padova, Milano e nel mio amato Rifugio Falier! Nonostante la distanza, il calore e il supporto delle mie amiche, della mia famiglia, sono state fondamentali. E ho studiato. Di tutto, manca solo l’inglese, per il resto ho fatto lunghe sessioni di studio, ho anche preso un diploma in alta formazione. Ho iniziato a ricamare. Mi sono scoperta fragile, e l’ho detto, a voce alta. Ho avuto paura, e ne ho ancora tanta.

la prima alba del 2021

Ora che ho un’agenda nuova, non ho progetti chiari per il futuro. In cima c’è ancora lo studio dell’inglese (!!) e tanta determinazione a raggiungere l’unico obiettivo importante: ESSERE FELICE.

Mi sento fortunata. Ho superato il 2020, la mia famiglia sta bene.
Non dobbiamo però sottovalutare lo stress psicologico in cui ci troviamo costantemente. Meditare, riflettere, chiederci ogni momento “come sto?”. Credo il 2020 ci ha dato la grande possibilità di smettere di essere performativi. Che va bene anche essere fragili, andare piano.

La prima parola a cui ho dedicato il 2021 è CONSAPEVOLEZZA. Di noi, delle nostre azioni, dei nostri sentimenti, di chi abbiamo accanto.
La seconda è CRESCITA. Personale, umana.

Dal 2020 ho anche riacquistato un grande amore per la vita. Quindi voto il 2021 al vivere fino in fondo. Senza freni, “... fino allo scortico“, come dice la Maestra Mariangela Gualtieri.

Io sono solo stanca di essere arrabbiata. Eppure lo sono, perché sono in cassa integrazione e i soldi non arrivano, mi hanno trasformata in una mendicante mentre io sono una donna molto orgogliosa. Ma faccio un gesto di umiltà, e vado avanti. Sono arrabbiata perché c’è chi si approfitta di questo tempo per arricchirsi sulle spalle degli altri, per le ingiustizie. Sono arrabbiata per la violenza, soprattutto verso le donne e i deboli. Quindi devo trovare un modo per trasformare questa rabbia in qualcosa di costruttivo.

E auguro a tutti voi che leggete queste mie righe di avere con voi un bagaglio consono al nuovo anno, alleggerito dalle paturnie, problemi, zavorre e vampiri che vi hanno appesantito negli scorsi anni.

Vi saluto con un augurio firmato Chandra Livia Candiani:

Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare. Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce. Non voglio imparare a non arrabbiarmi, voglio sentire il fuoco, circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io. Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere. Non voglio essere buona, voglio essere sveglia. Non voglio fare male, voglio dire: mi stai facendo male, smettila. Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio. Non voglio essere un’altra, voglio adottarmi tutta intera. Non voglio pacificare tutto, voglio esplorare la realtà anche quando fa male, voglio la verità di me. Non voglio insegnare, voglio accompagnare. Non è che voglio così, è che non posso fare altro

inseminare gioia

Ammetto che questa settimana è stata dura. Mantenere un pensiero ottimista richiede tanta fantasia, soprattutto in questo momento. Sul piano Covid i numeri aumentano, e ora dietro a quei numeri ci sono anche i volti di persone amiche. Pezzi di cuore “positivi”, ma non nell’accezione che piace a me. E tanti amici, invece, sono “negativi”, con pensieri funesti. Non farsi travolgere è veramente difficile. Ma la paura va affrontata e percorsa.

La mente è come uno specchio: quando siamo con persone positive lo diventiamo anche noi. E questo succede anche con le persone negative. Ma è importante ricordare che anche noi lo siamo e abbiamo una responsabilità verso chi ci circonda. Se continuiamo ad essere pessimisti sul futuro vedremo attorno a noi una coltre nera avvolgerci, e non c’è niente di più respingente.

Non mi fraintendete, non dico che dobbiamo girare tutti con una faccia da ebete che ride senza senso! Io mi sforzo di “inseminare gioia“, come dice la Maestra Mariangela Gualtieri

C’è nella tristezza un contagio
amore mio, e da questo si vede
che abbiamo fatto comune cuore
e siamo uno che pare due.
Allora io
insemino la gioia
in questa cosa che non consiste
però esiste e tiene entrambi appesi.
La gioia ce la metto io.

Non è bellissimo? Ma come si fa, in concreto? Eh, a saperlo con precisione sarei la donna più felice del mondo! Ma posso provare a portare la mia esperienza.

Partiamo dal presupposto che è normale, soprattutto in questo periodo, stare male, avere paura. Reprime i sentimenti o ritenerli “sbagliati” crea maggiore frustrazione. Accogliamo questo tempo e le sfumature umorali che ci crea. Non esistono sentimenti buoni o cattivi, ma solo ciò che sentiamo in un determinato momento, anche in risposta a situazioni che ci tocca subire, come questo. Prendiamo una pausa, chiudiamoci in ascolto di noi stessi in solitudine, attraversiamo il momento.
Ho scoperto che non tutto gira attorno a me, e questo alleggerisce di molto la responsabilità.
Sto cercando di lavorare sui maledetti sensi di colpa: io ne sono sempre stata imprigionata, e senza rendermene conto li utilizzavo per manipolare chi mi circonda.
Ho imparato a respirare: inspira, espira. Una cosa apparentemente banale, ma farlo consapevolmente aiuta a centrarsi sul presente. Sentire di essere qui, ora. Nel posto giusto al momento giusto.
Ho imparato a piangere. A chiedere aiuto.
A immergermi nella natura e a staccare il più possibile dal cellulare (questo l’ho imparato sulle Dolomiti!)
Sono di più in ascolto di me stessa. Incredibile quanto essere assertivi aiuti a stare bene. Sena forzarsi a fare cose, stare in posti o con persone che non ci assomigliano. “Seguire il ritmo”, il proprio ritmo.
C’è un’altra cosa che mi dà serenità e la dona a chi ho accanto: esserci. Essere una presenza vera, pronta a sostenere chi ha difficoltà. Sapendo cosa significa aver bisogno di avere una spalla su cui piangere, quando posso, divento io quella spalla. Con un sorriso, che scalda il cuore.

E poi, sono molto fortunata: ho due gatti in casa, fonte di serenità e gioia immensa! A pensarci bene, forse sono stati loro che mi hanno insegnato, con il loro modo di essere “egoisti” e sinceri, tutte queste cose. In questo periodo di maggiore solitudine, sono loro il mio specchio. Amano la loro libertà e ci insegnano a rispettarla e a praticarla. Sono autonomi, sanno cosa vogliono, e si prendono grandi momenti di riflessione. Si, dobbiamo imparare da loro!

Se ci concentriamo, scopriamo che possiamo trovare dei motivi per essere felici, o almeno sereni. Bisogna “solo” imparare ad accoglierci, senza lottare sempre contro noi stessi. Accettare che assomigliamo solo a noi stessi regala un grandissimo senso di libertà. E uno sguardo sereno regala serenità.
Tempo fa avevo iniziato un barattolo della felicità, in cui inserire foglietti con scritto quello che mi faceva felice. L’intento era di scrivere una cosa ogni giorno, e quando non mi veniva in mente nulla, tirare fuori uno di quei biglietti. Come tante cose l’ho lasciato in sospeso, in bella vista sul mio comodino. Beh! Approfitto di questo articolo per prendere l’impegno di ricominciare oggi stesso.

Vi auguro di trovare il vostro sguardo sereno, io sul mio ci sto lavorando molto!

un punto alla volta

… un filo alla volta. Per ricucire, per creare, per meditare.

Questa è la mia nuova passione. Non dico l’ultima, perché nel frattempo so che ne sto già covando di nuove. Ma ora è questo che faccio, a casa, nei momenti di silenzio. Prendo ago e filo, nero. Una tela. La mia preferita è un banale cencio della nonna. E ci cucio disegni e parole che parlano di me.

E’ iniziato tutto in lock down, ma in realtà è iniziato anni fa, al Teatro Biblioteca Quarticciolo, quando grazie a Barbara della Polla ho conosciuto Maria Lai, artista sarda con una grande sensibilità, che creava arte con quanto trovava, fili e tessuti in particolare. A gennaio di quest’anno sono andata a vedere una mostra dedicata a lei. Il cuore mi esplodeva.

NON IMPORTA SE NON CAPISCI, SEGUI IL RITMO (Maria Lai)

Sono parole che mi rimbombano in testa ogni giorno, ogni volta che non capisco cosa sta succedendo. Vado avanti, seguo il ritmo. Così ho fatto a marzo: chiusa in casa, ho preso ago e filo per cucire un buco nella tasca della giacca. E poi tutto è proseguito in modo naturale: ho preso una borsa di tela, l’ho tagliata e ho c’ho scritto la poesia di Mariangela Gualetieri, “Nove Marzo Duemilaventi” e ho ricucito le parole.
In questi mesi ho cucito cuori, con frasi di poesie, ispirate dalle persone che amo. Ma in realtà, stavo ricucendo il mio di cuore. E lo faccio ogni giorno. Lentamente. Un passo alla volta.

PRENDI IL TUO CUORE SPEZZATO E FANNE UN ARTE (Carrie Fisher)

Nel mio ultimo articolo parlavo di “cicatrici”. Nel confronto con alcune lettrici (oddio, che emozione sapere che qualcuno legge queste mie righe!) ci siamo chieste che cosa sono queste cicatrici: segno del male che abbiamo subito, o di quello che abbiamo arrecato noi?

Vittime e carnefici.

Io so di aver fatto del male, e so di averne subito tanto. Ma riconosco che spesso è stato frutto della fragilità. Ho chiesto scusa a chi ho ferito e ho cercato di regalare il perdono a chi mi ha fatto del male. Sono andata avanti, sto andando avanti. Ora cerco di essere più delicata. Verso gli altri e verso me stessa.

La maggior parte delle volte è delusione. Delusione per le aspettative infrante e i sogni disillusi. Perché ad ogni incontro, ad ogni lavoro, ad ogni viaggio, ci aspettiamo che tutto vada come vorremmo noi.
Allora cucio. Cucio il mio cuore. Cucio insieme i miei pensieri. Cerco il filo della matassa. Questo blog è nato proprio per dire ad alta voce, e a me stessa, che va bene così. Va bene uscire da sola. Va bene essere forte e pensare a me stessa. Va bene se in alcuni momenti ci sentiamo a pezzi. Non è nostra la responsabilità delle cose ci accadono, ma è nostra la responsabilità di come reagiamo. Continuare ad essere “vittime” non ci farà guarire.

Io reagisco così ai momenti di solitudine. Sorridendo. A prescindere, sorrido. E ora cucio. Ogni punto è un passo nel vuoto. Hai un disegno da seguire, ma devi concentrarti per andare nel verso giusto. Per quanti progetti fai prima, disegni, bozzetti, il risultato finale è un mistero. Se cambi filo, stoffa, è come ricominciare ogni volta d’accapo. Eppure il finale è sorprendente!

Ho tre spiriti guida: Maria Lai, Mariangela Gualtieri e Chandra Livia Candiani. Oggi Penelope vuole salutarvi con una poesia di quest’ultima:

Dove ti sei perduta
da quale dove non torni,
assediata
bruci senza origine.
Questo fuoco
deve trovare le sue parole
pronunciare condizioni
di smarrimento dire:
“Sei l’unica me che ho
torna a casa”

L’importante è fare il primo passo, mettere il primo punto. Soprattutto in questo periodo di grande incertezza, in cui nulla dipende da noi. Seguiamo il ritmo…

Apologia del fallimento

Roma, ottobre 2020

A un passo da un nuovo possibile lock down, dopo un’estate a correre incontro alla vita, nei luoghi del cuore, a cercare le mie persone, quelle che amo e stimo, che in quarantena mi hanno (spesso inconsapevolmente) dato un motivo per non mollare, provo a progettare il futuro. Sono in uno dei tanti momenti di confusione, in cui mi chiedo cosa voglio, chi sono… mi domando da dove ricominciare. Per farlo mi guardo indietro, perchè è importante, per ri-esistere, ricordare da dove si viene.

E nel guardare il mio percorso mi viene naturale ricordare e festeggiare le vittorie e gli obiettivi raggiunti. E i fallimenti? quanto ho imparato da loro? Mi sorprendo a scoprire che nella fragilità della sconfitta mi sono sempre rialzata e mi sono scoperta più forte, riprendendo il percorso con più forza e volontà.

Perché, allora, appendiamo solo le lauree e le foto dei bei momenti ma non celebriamo anche quei fallimenti che ci hanno aiutati a scoprire veramente chi siamo?

Nel fallimento troppo spesso siamo soli. Non si esce a festeggiare… non si condivide volentieri un errore. Nella solitudine, però, ci si può mettere in ascolto, fermarsi per fare bilanci e chiedersi se poi, in fondo, non sia stato un bene non ottenere quello che tanto si desiderava. Poi rialzarsi e ripartire, aggrappati ai propri valori e sogni.

Ecco: io sento di essere esattamente dove volevo essere. Sembra assurdo, ma in questo momento difficile sono il frutto di tutti i desideri espressi. A questo punto, ironicamente, mi verrebbe da dire che non sono brava ad esprimere i desideri! Oppure semplicemente…. che non siamo noi a decidere nulla. Ci viene naturale imputare alla sfortuna degli accadimenti imprevisti che vanno contro i nostri piani, ma in realtà è solo la vita!

Rifletto sul “fallimento”.

“fallire”
Non giungere a realizzazione o a compimento.
Non riuscire nel proprio intento, non raggiungere lo scopo desiderato.

In una società performativa come la nostra, il fallimento non è mai contemplato. E’ una vergogna da nascondere. Piango ogni volta che leggo di persone che addirittura si tolgono la vita perché “hanno fallito”.

Io voglio portare con fierezza le mie cicatrici. Arrendermi all’inevitabilità che anche il peggio può accadere. Voglio piangere quando sbaglio, fermarmi per un pò. Sciogliere i legami e le promesse del “per sempre” che faccio ogni volta con i progetti che intraprendo. E poi godere la serenità dell’andare avanti senza nessuna meta, finché non arriva la nuova idea, i nuovi occhi che ti rapiscono, il nuovo battito di cuore.
A volte fa più male, a volte meno.

Guardare in faccia il mondo e dire: “sì, ho sbagliato, ho fallito… e allora?”

Nell’arco del miei 20+20 anni di fallimenti ne ho avuti tanti. Sono un fallimento vivente se paragono il mio presente ai progetti che avevo fatto tanto tempo fa. Se mi paragono alla donna che “sarei dovuta essere” per la società.

Eppure, mi guardo allo specchio e non ho mai avuto uno sguardo più sereno! E serenamente vado incontro a un futuro incerto. Perché in quella incertezza ci vedo una possibilità: la possibilità di essere felice.

Mi rendo conto, infine, di provare più stima per chi è riuscito a rialzarsi dopo una caduta. La bellezza e la luce che brilla negli occhi di chi ha avuto la forza di tirarsi indietro, di mollare, lasciare la presa. E’ la stessa che vorrei vedere sempre brillare nei miei occhi.

“Chi è in grado di distinguere quando è il momento di dare battaglia e quando non lo è riuscirà vittorioso”, dice Sun Tzu ne “L’Arte della Guerra”. Anche accettare il fallimento e abbandonare il campo con orgoglio è una vittoria. Andarsene, mollare la presa, e proseguire, più leggeri, certo frastornati, ma sani e salvi.

Quanti progetti avviati che sono naufragati. Storie d’amore finite. Amicizie che ci hanno traditi. Lavori persi (!!).
Per me il vero fallimento è non provare. E’ farsi prendere dal panico e dalla paura. Se è solo la vittoria che ci interessa, allora fa paura iniziare. Se invece è il percorso… allora avremo comunque vinto.

Spesso proviamo invidia per quelle persone che si mostrano vincenti. Ma che senso ha nascondere la propria fragilità? Chi è sempre felice, per me, è un imbroglione. Chi è frutto del proprio percorso di vita, che inevitabilmente conta anche delle sconfitte, è veramente forte.

Ciao, sono Stefania.
Ho 20+20 anni, ho fatto tanti sbagli e ho fallito su tanti fronti. Eppure sono felice e fiera di me. Eppure ancora ci credo che il futuro può essere migliore. Affronto il presente aspettandomi il peggio e sperando per il meglio, cercando il lato positivo. Non mi vergogno di piangere e non mi vergogno di ridere. Sono grata a tutti gli incontri fortunati e a quelli sfortunati, perchè grazie a loro ho imparato tanto.
E ora scusate… ma devo rincorrere la mia felicità.

E voi? che rapporto avete con i vostri fallimenti?

La fragilità del cambiamento

Sono passati quasi quattro mesi da quel Nove Marzo 2020 che mai dimenticheremo, quando ci siamo chiusi in casa, tutti, per proteggerci da un virus invisibile (e che ancora, tra l’altro, c’è…)

Bastano quattro mesi per apportare dei cambiamenti nella propria vita?

Empiricamente, dico di si.
Se mi guardo intorno e se mi guardo dentro, tanto è cambiato di noi in quel tempo sospeso.

In realtà il mondo sembra aver ripreso i suoi ritmi come se nulla fosse accaduto. Ma quando sento dire che “non è cambiato nulla” capisco che chi lo sta dicendo è una persona che non si vuole prendere la responsabilità di essere lui per primo diverso, sempre in attesa che siano gli altri a fare e lui ad adattarsi.

Abbiamo attraversato tre fasi, ma in realtà ne abbiamo vissute mille. E tanta forza abbiamo scoperto di avere, perché è vero, a volte “bisogna farsi crescere le ali durante la caduta“, senza preavviso. Con quello che abbiamo.

Durante il lock down abbiamo avuto, tra le tante, una grande perdita, quella di Ezio Bosso. Un essere umano incredibile! Un esempio di vita, e poi… ecco un’altro terribile incidente, quello di Alex Zanardi. Ho un nodo in gola da quando è accaduto. Perché il suo esempio mi ha cambiato la vita anni fa, letteralmente, quando sentendolo raccontare come ha reagito al primo incidente in cui ha perso le gambe ho deciso finalmente di affrontare un mio problema a lungo trascinato. E in attesa che si riprenda anche questa volta, perché non posso credere che non succederà, sento che sta a me, a noi, essere i nuovi testimoni della ri-esistenza. Perché abbiamo bisogno di esempi, di esseri umani forti nella loro fragilità che ci mostrano come si vive da super uomini.

“Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa.”

Parlando di me. La mia ri-esistenza, auspicata nel mio ultimo post, è veramente iniziata. La forza di “ri-agire” per re-agire che mi ha tenuta viva in questi mesi è nata anni fa, proprio stimolata, come dicevo, dall’esempio di Zanardi. Ma anche da mia madre e da tutte quelle persone che non si sono mai arrese. Ora sta a me, a noi, andare avanti con la metà che ci è rimasta, senza vittimismo, senza attendere che sia il mondo a cambiare, diventare noi il cambiamento necessario.

Non voglio dire che non ho paura o ansia del futuro. Non voglio dire che dormo tranquilla, senza rimpianti. Nessuna illuminazione sulla via di Damasco per me. Ma ancora una volta mi trovo ad affrontare un presente che non avevo programmato, e mi trovo a non avere una visione di quello che sarà il futuro. Ho però più chiaro chi sono e anche cosa vorrei e posso fare, ed è da qui che scelgo, umilmente, di ripartire. Ancora una volta, e credo che non sarà nemmeno l’ultima.

Quando, poche settimane fa, ho finalmente potuto riabbracciare la mia famiglia, immergermi in mare, mi è sembrato un miracolo! Ci speravo… ma non ci credevo che sarebbe potuto succedere! Eppure, di nuovo, la vita ci ha accontentati!

Voglio raccontarvi di come ho finalmente trovato una nuova attenzione dell’uso del tempo. Sin da piccola odiavo non avere niente da fare, ma ora che ho potuto ascoltarmi, ho imparato a usare il tempo per pensare, studiare, capire cosa mangio, impastare pizze, suonare l’ukulele, stare con amici e famiglia e tempo per… cucire. Cucire parole, ricucire il mio cuore sparso in mille parti nel mondo. Buone pratiche che sto continuando a portare avanti.
E’ stato come un check up completo delle nostre esistenze, un ascolto sincero del nostro respiro e del battito del nostro cuore. Una nuova attenzione alla nostra essenza, a chi siamo interiormente, dato che tutto il resto era lontano da noi o non ne avevamo accesso. (Questo sguardo lo dovremmo tenere sempre vigile e attento!) Così mi sono ricordata di cosa volevo fare da grande. Sono rimasta senza lavoro, pur avendo firmato un contratto a tempo indeterminato solo un anno fa. Ma senza troppa meraviglia, perché non credo “a un tempo indeterminato”, piuttosto in un tempo determinato dalla volontà di fare un percorso insieme. Così, mi sono iscritta a un corso di alta formazione per imparare a progettare in modo partecipato. Perché in questo periodo di solitudine, è stata la mia rete di affetti a salvarmi, e sono sempre più convinta che è importante tornare a fare comunità.

Nuovi battiti, nuovi occhi.
Un cambiamento fragile, obbligato, in cui ci possiamo riscoprire forti.
Non so come sarà il mondo in futuro, ma credo che se ognuno di noi sarà se stesso e si concentrerà nella propria crescita di essere umano, abbiamo una possibilità.

Io proseguo con fiducia e persevero nel mio “uscire sola”, nel senso che ascolto i miei desideri e cerco di andarci fino in fondo. E quanto è bello, ora, guardarsi negli occhi, ri-conoscerci, e riprendere il cammino insieme.

E voi? come state?

… ci sono cose in un silenzio…

... che non mi aspettavo mai…

9 aprile 2020.
Da un mese sono forzatamente chiusa in casa, obbligata da tale “Covid-19”.

Penelope non esce più. E’ una quarantenne in quarantena.
Lei e tutto il resto del Mondo.

Sono a Roma. Abbraccio solo i miei gatti. Parlo con il mondo attraverso il cellulare. Suono l’ukulele. Non ho mai iniziato a studiare inglese (era il primo proposito che avevo fatto!). Cucino nuove ricette per me e la mia coinquilina. Ho ripreso a fare yoga. Novità: non pianifico più nulla!

Spero di non dover mai incontrare, di persona, questo Covid-19! Anche se è già presente nelle nostre vite più di quanto vorremmo, e ci dovremo convivere a lungo. Si è preso il nostro tempo, i nostri cari… mi auguro non i nostri sogni, la nostra voglia di vivere.

Non sopporto chi definisce tutto questo una “guerra”.
Io non mi sento in guerra. Mi sento piuttosto in un tempo sospeso, in un presente che ci sta chiedendo di essere lucidi, sul pezzo.
Nelle rare volte in cui esco di casa sento una sorte di dissonanza. E’ come se ci sforzassimo di far si che tutto prosegua nella “normalità”, ma cosa possiamo definire “normale”?? Soprattutto in questo periodo?
Il mondo va avanti. La Primavera è arrivata nonostante noi. E questa, ORA, è la nostra vita.
Si, quella vita che avevamo reso frenetica, che ci voleva sempre pronti, brillanti. E’ sempre lei, e noi siamo sempre i protagonisti. Non possiamo delegare nessuno, niente ferie o vacanze. Questa pandemia va affrontata con la mascherina sul volto, i guanti, gli occhi e i cuori aperti.
Tutta la nostra umanità è chiamata a rapporto: non si può abbassare la guardia. La vita, che ha più fantasia di noi, nel momento più inatteso è esplosa e ci ha chiusi in casa a vivere.

ORA. In questo momento. Da un mese a questa parte. Per i prossimi mesi.
Lo avremo capito che niente dipende da noi?
Sempre presi a fare progetti, a organizzare… io ne ho fatto anche un lavoro!
Ma adesso ci troviamo veramente a fare i conti, finalmente, con quanto abbiamo seminato finora e a capire se e come continuare a prendercene cura.

Dice, di questi giorni, Livia Chandra Candiani:
“Questo tempo di fermo obbligato è la quintessenza dell’osservazione di cosa sto facendo della mia esistenza, di quello che conta e di quello che è superfluo, delle relazioni buone e di quelle che non nutrono o fanno danno. Di come ricevo il mondo e di cosa gli porto in dono.”


Io mi sto rendendo conto che sono in un punto che è realmente il frutto di scelte fatte in passato. Ho un bagaglio di strumenti, conoscenze, rapporti, che mi stanno aiutando ad affrontare questa pandemia, e sento che ne sto trovando di nuovi. Quindi, quanto è importante questo momento?

ORA:
Osservo
Respiro
Accolgo

Niente di più.
Questa è l’accettazione.
Non serve capire.
Bisogna solo seguire il ritmo.
Starci dentro.
Usciti di casa avremo una sola cosa: noi stessi. Cosa porteremo fuori? Chi saremo?

Io in questa ri-esistenza ci credo! Fortemente!

Ne ho già scritto per ÀP, Accademia Popolare dell’Antimafia e dei Diritti (qui, per chi fosse curioso).
Sento già un nuovo battito in petto. Ritrovo i veri amori, quelli che sono ancora parte di me, a prescindere da “come sono andati a finire” , e non parlo solo di uomini, ma di amicizie, luoghi, sogni. Tutti qui, con me. Ed è da loro che riparto.

A distanza di un mese, finalmente la vedo la mia vita, la morsa in cui ci siamo chiusi. Avevamo la libertà e il tempo… in realtà non eravamo veramente liberi e non avevamo il tempo per crescere, per conoscere e farci conoscere, cucinare, pensare, prenderci cura di noi stessi e di chi amiamo, della nostra casa, della nostra anima, del nostro spirito.
Mi sembra di soffocare a ripensarci.

Lo dico: mi sento grata per questo periodo. Del “dopo” che seguirà questa pandemia. Non fraintendetemi, non sono “felice”. Perché mi manca da morire l’abbraccio di mia madre e di mio padre, mia sorella, il mare, il teatro. Perché in questo momento sono in cassa integrazione, e uscirò da qui da disoccupata. Doveva essere il mio momento di rilancio, vivere i favolosi 20+20, l’età più bella per una donna! Invece… sono fisicamente bloccata in casa. Senza una prospettiva.
Ma vi assicuro che la mia mente sta viaggiando più veloce della luce.
Mi sto permettendo di pensare, ragionare, osservare, scrivere, suonare, conoscermi, conoscere chi ho accanto.

Ho fiducia nel fatto che se tutti noi ci abbandoniamo a questo tempo, senza opporre resistenza, se ci stiamo dentro, il nostro presente sarà migliore. E ricordiamocelo: il futuro sta nascendo ORA.

Non dimentichiamo che questo periodo sospeso sta facendo emergere il bello e il brutto che si nasconde dentro ognuno di noi.
Allora io ho deciso di riscoprire le mie doti e provare a correggere i lati oscuri.

Non lo voglio dimenticare questo momento. Per questo ho cucito un arazzo che porterò per sempre con me.

Ci sono le parole di Mariangela Gualtieri. Nessuno meglio di lei ha saputo dare un senso a questo periodo insensato. Parole eterne, che devono ricordarci che siamo parte di un universo che ha le sue regole, tutto è collegato, e questo tempo ha sicuramente la sua funzione. Non solo quella di bloccare un virus: io mi auguro anche quella di farci tornare ad accarezzare il Mondo con un tocco consapevole.

Questo è un inizio. Vero.
Una ri-esistenza.
Senza fretta, senza ansia…. qualcosa in noi è già cambiato.
Respiriamo.
Continuiamo il nostro percorso.
Da soli… ma insieme!

Coltiviamo la malinconia per le cose che amiamo fare veramente, per chi amiamo veramente. Presto potremo uscire… e correre verso di loro!

Ricaricarsi CON la natura

Non avrei mai creduto che nel giro di un mese avrei avuto due avventure da raccontare! Eppure, dopo un’emozionante viaggio in Irlanda, sono finita sulle Dolomiti! Un viaggio che segnerà per sempre un “prima e un dopo”, per come è nato, per come si è svolto, e per i cambiamenti che sta portando nella mia vita. Fatico a raccontarlo, ma credo sia importante farlo per testimoniare che le belle cose, quando meno te l’aspetti, accadono.

Un giorno, distrattamente, ho letto su un giornale online che ci si poteva candidare per andare gratis 5 giorni sulle Dolomiti! Unica regola: niente cellulare. Una digital detox per scaricare lo stress in mezzo alla natura, offerto e organizzato da Heart of the Dolomites. Con il mio solito entusiasmo ho proposto ad altri di provarci, ma nessuno si è fidato o ha potuto farlo. Il giorno prima di partire per l’Irlanda ho girato un video e ho inviato la mia candidatura, senza crederci troppo, ma solo per non avere rimpianti.

A rivederlo ora, il video mostra una me molto emozionata, che fa trapelare un reale bisogno di staccare. Non di fuggire, ma di staccare. Staccare il telefono significa isolarsi, prendere una pausa dalla solita routine, dalle mille notizie e richieste che arrivano da tutte le parti del mondo. Dismettere i panni che indossiamo nella vita, per cercare di rimettersi in contatto con noi stessi. Ora che mancano solo 6 mesi ai miei X0 anni (anche se per fortuna continuo a dimostrarne meno!!!), avevo bisogno di fermarmi, respirare, ascoltare la mia voce interiore troppo spesso soffocata dal vociare degli altri. Sognavo tramonti infiniti, montagne, caprette, silenzio. Beh… anticipo che ho trovato molto di più!

Dopo pochi giorni dall’invio della mia candidatura, ero in Irlanda, stavamo andando verso la scuderia per andare a cavallo, ero felice, cantavo nella macchina guidata da Gigi, Giuly al mio fianco, quando è arrivata l’email che mi comunicava che tra 19.100 persone ero tra i 10 prescelti!! 19.100 persone da tutto il Mondo e loro, hanno scelto me. Pazzesco. In quel preciso momento mi sono sentita la persona più fortunata del mondo. Poi mi sono ricordata del mio libro preferito: “La fortuna non esiste”. Ed è vero.

Piuttosto preferisco credere che la felicità è una scelta e che se la scegli lei sceglie te. E così io, che avevo scelto di provarci, di mettermi a nudo e di tentare, scelta tra 19.100 persone, dal 13 al 17 settembre sono andata sulle Dolomiti per condividere un’avventura con altri nuovi 9 sconosciuti.

Poche le notizie che avevo, solo la destinazione: un aereo prenotato, consigli su cosa portare, e l’indicazione di dove avremmo dormito, il Rifugio Falier.
Preparare uno zaino per un’avventura così misteriosa non è stata cosa facile. Sapere di non avere il cellulare comporta di dover portare, tra le altre cose, libri, un quaderno e una penna, una torcia, una macchina fotografica e… un dizionario di inglese dato che quella sarebbe stata la lingua utilizzata per poter dialogare con i miei compagni.

Arrivato il giorno del viaggio, cuore a mille, e tanti pensieri. Cosa stavo lasciando a casa? Di cosa avrei avuto nostalgia in quei giorni così isolata? E cosa avrei trovato al mio rientro? Pensieri che si sono dileguati non appena ho visto i miei compagni di viaggio. Ad aspettarmi in aeroporto alcuni degli organizzatori con un cartello in mano e i primi 5 arrivati. Ogni dubbio e perplessità se n’è andata al primo abbraccio. Chiacchiere (ancora in italiano… per fortuna!), primo pranzo tra le montagne accompagnato da un buon vino, ed eravamo già una squadra. Ci siamo poi riuniti tutti e 10 i fortunati, arrivati da tutte le parti del mondo, Brasile, Slovacchia, Londra, Lione, e dopo i saluti istituzionali, le presentazioni, abbiamo dato in consegna i nostri cellulari e ci siamo diretti a piedi al nostro Rifugio. Una camminata di 2 ore che ci ha lentamente portati lontani dalle nostre vite, dai nostri mondi, e ci ha catapultati in un mondo parallelo.

Ha avuto così inizio una delle avventure più belle che io abbia mai vissuto.Solo al mio rientro nella “vita reale”, quando hanno iniziato a chiamarci i giornalisti, quando tutti mi hanno chiesto incuriositi come era andata, ho capito che quella che sembrava una semplice vacanza, in realtà, è stato un piccolo gesto rivoluzionario. Un’eccezione alla regola che ci vuole sempre connessi, sempre disponibili e pettinati. 

Noi per 5 giorni ci siamo isolati dal mondo ma ci siamo connessi con la natura, con noi stessi e tra di noi. Ci siamo fatti coccolare da Franca e Dante, che gestiscono il Rifugio Falier sotto la Marmolada. Calore, buon cibo, sorrisi e abbracci. La Valle dell’Ombretta ci proteggeva. Le nostre giornate sono passate nella semplicità. Dormire in un rifugio richiede spirito di adattamento. Camerate con letti a castello, due soli bagni per tutti. Eppure ci sentivamo come in un albergo di lusso. Perchè il lusso era avere il sole che sorgeva proprio davanti alla nostra finestra e ci colorava d’oro. Il silenzio. Le caprette la mattina che venivano a salutarci e a farsi coccolare. Lo scorrere tranquillo del tempo.Ogni giorno una scoperta. Lo yoga, il Forest Bath, lo Stone Balance, il Bagno sonoro. Ho ascoltato il mio corpo, abbracciato un albero, camminato scalza sulla terra, vibrato al suono delle campane tibetane, costruito un ponte con i sassi.Ogni giorno facevamo anche meditazione con la Mindfulness, scrivendo ogni sera nel nostro “Diario della gratitudine” tre ringraziamenti per le cose vissute durate la giornata. E poi tanto trekking e camminate. Sono tornata bambina! Con quella semplicità e leggerezza che tanto mi mancavano. Adolescenti degli anni ’90, che trascorrevano il tempo a conoscersi, giocare, ridere, piangere, abbracciarsi, brindare ai nostri desideri.

Non abbiamo mai affrontato veramente il tema “cellulare”. Non eravamo li per “disintossicarci dallo smartphone”, noi avevamo bisogno di riconnetterci con noi stessi. Con il presente. Con le vite che ci passano accanto e che spesso nemmeno notiamo.

Ed ecco cosa mi è rimasta di questa esperienza. Mi è rimasta un’attenzione maggiore del qui ed ora, un amore per me stessa e la mia vita che avevo perso. Accendo il telefono più tardi la mattina, non ho più la necessità di condividere tutto quello che faccio perchè preferisco viverlo, assaporarlo. Mi sento forte. Capace di scalare una montagna. Proseguo la mia ricerca della Felicità con cuore e occhi spalancati, predisposta ad accogliere ciò che incontro, persone, luoghi, situazioni. Cerco il mio ritmo, ascolto il mio respiro e lo accetto così com’è.

Credo che questo ricordo possa riassumere in pieno quello che ho vissuto: il nostro ultimo trekking verso la vetta della Marmolada. Non avevo voglia di andare, ma l’entusiasmo degli altri mi ha convinta che non potevo perdere quest’ennesima, ultima avventura. Ho faticato tanto, ma mi sono concentrata nella ricerca del mio ritmo. La camminata è stata una sorta di meditazione. Arrivati a un certo punto non ce la facevo più a salire, e mi sono fermata ad aspettarli. Io, sola, davanti alla vallata. Ho meditato, scritto, letto, creato l’ennesima torre di pietre. Poi i miei compagni sono tornati da me, a prendermi. Non mi sono mai sentita sola. Ero tutt’uno con la bellezza che c’era davanti e dentro di me. 

Ora mi sono rimasti Carol, Ionela, Ivana, Valentina, Fulvio, Michel, Igor, Josef, Lucas. PDC = Pezzi Di Cuore, siamo i 10 fortunati non solo perchè abbiamo potuto vivere questa esperienza, ma per tutta la bellezza che ci siamo portati via.Il cellulare lo uso principalmente per stare connessa a loro e a chi amo e mi sta lontana. Rapporti condivisi, reciproci, reali.

Grazie a chi ha reso possibile tutto questo: Emma, Dott. Alberto, Amina, Elisa, Valentina, Giada, Marisa, Adriano, Samir, Dante e Franca. E Mauro, mio pezzo di cuore, che mi ha ricordato che devo seguire il mio ritmo, che posso arrivare ovunque, e che sono bella quando mi emoziono! Mi avete insegnato cosa significa “resilienza”, voi che amate così tanto il vostro territorio, che avete deciso di lavorare li, di investirci e di reagire ai danni provocati dai temporali dello scorso anno. Siete stati un forte esempio.

Perchè “Penelope esce sola” ma nel suo cammino ha sempre la fortuna di incontrare compagni di viaggio speciali. Voi siete tra questi.

to be continued…