Imprevisto: riparti dal via

Eccomi qui. Mi sembra come se nel pieno di una partita a “Monopoli” avessi preso la carta degli imprevisti che diceva “Riparti dal via”.

Quella carta l’ho presa un paio di settimane fa, e mi sono ritrovata a Civitanova Marche, da dove a diciannove anni avevo preso un treno diretto a Bologna, certa che qui non ci sarei più tornata a vivere. Nel frattempo ho cambiato città, sono andata a Roma, ho iniziato la mia carriera, fatta di tanti stop e accelerazioni insperate, mi sono innamorata, ho progettato una vita che poi ho buttato al vento, ho iniziato un’avvincente vita da single sempre in viaggio che sembrava un’avventura pazzesca, finché una Pandemia non mi ha “regalato” il famoso “anno sabbatico” che nel nostro Paese sembrava una lusso per pochi fortunati… e poi ho preso la carta degli imprevisti.

In realtà questa decisione la covavo da giugno scorso. Per la prima volta, però, ho potuto prendermi del tempo per ascoltarmi, ragionare, e non fare cose di impulso.

Sono tornata a casa, più precisamente nella casa dei miei nonni, a due passi da quella dei miei genitori, dove ho passato la mia infanzia e adolescenza. Eravamo la famosa famiglia allargata italiana, i miei cugini sono come fratelli e sorelle, eravamo sempre tutti insieme a festeggiare e a condividere gioie e dolori. Questa casa era il centro di tutto perché qui c’erano i miei nonni. Fino al 2006, quando mia nonna, ormai sola, si è trasferita a vivere i suoi ultimi anni in compagnia a casa dei miei genitori, soli anche loro dato che io e mia sorella eravamo partite.

Da allora questa casa è rimasta chiusa. Solo tre mesi l’anno viene vissuta da degli sconosciuti. Quando sono arrivata alcune amiche mi hanno chiesto se non avessi “paura” a stare qui da sola: ma come potrei aver paura di stare nella casa in cui sono cresciuta?!

Appena arrivata ho sistemato le mie cose, miscelandole con quelle dei miei nonni che non abbiamo mai avuto il coraggio di buttare. Mi godo il lusso di una casa luminosa, grande, tutta per me. Ho una stanza per lavorare, una per cucinare, una per leggere e ascoltare la musica, una camera per dormire e un’altra pronta per ospitare chi vorrà venire a trovarmi appena si potrà. E poi posso passare a salutare i miei genitori quando voglio.

1942, il viaggio di nozze a Venezia dei mie nonni

Non ho intenzione di vivere tutto questo con eccessiva nostalgia. Conservo lucidi i ricordi dei momenti belli ma anche di quelli tristi, abbiamo sempre affrontato tutto insieme e anche la morte l’ho vista in faccia da quando ero piccola. So bene che proprio nel passato si annida il seme di tanti sensi di colpa che ho poi sviluppato nel tempo. Ma credo che ormai a quarant’anni ho fatto pace con quel lato oscuro. Stare qui, essere tornata nella città dalla quale ero scappata, con un mio personale bagaglio di esperienze, mi fa sentire fiera del percorso fatto. E mi aiuta a ricordare quali erano i miei sogni da bambina, quali sono le mie radici, e i miei valori.

Ogni bicchiere, tazza, foto, accende un ricordo. Non sono un’amante del vintage, anche se la mia famiglia tende ad accumulare. Io oscillo tra il tenere le cose da parte per anni e poi buttarle di botto. Ma qui ammetto che sto usando anche le stoviglie con riverenza.

Anche il resto della mia famiglia sta tornando a parlare del passato. Questa casa c’è sempre stata, ma il mio tornarci a vivere sta facendo in qualche modo rivivere anche i ricordi che qui sono custoditi.

Ritrovo le radici del mio essere accudente. La semplicità con cui mi metto a cucinare, improvvisando, ma sempre con una base di ricette di famiglia. Mi piace avvolgermi nella coperta fatta da mia nonna. Mi diverto ad appendere le mie opere: dove c’erano Santi e Madonne ora ci sono le mie donne ricamate. La luce calda che accendeva nonno la sera. La sua poltrona che mi avvolge.

Sto cercando di ricordare quando abbiamo smesso di desiderare di avere una famiglia allargata, una casa grande.

Scrive il poeta Franco Arminio:

Tornate al vostro paese, non c’è luogo più vasto. Tornate presto, non pensate se è conveniente per la vostra vita. Cominciate la grande migrazione al contrario. Avete una casa vuota che vi aspetta, la casa che vostro nonno ha costruito coi soldi dell’emigrazione: voi qui potete accendere la vita, altrove al massimo potete tirare avanti solo la vostra vita. Tornate, non dovete fare altro. Qui se ne sono andati tutti, specialmente chi è rimasto.

Non so quanto resterò qui, ma già queste due settimane sono state intense.
La notte ho anche ripreso a sognare!
Chissà dove mi condurrà tutto questo….

Essere protagonista

Si, lo so, non scrivo spesso.
Ma questa volta ho una giustificazione: stavo progettando un cambio vita assai importante.

Martedì ho lasciato Roma.

Una decisione ragionata, sofferta. Forse per la prima volta mi sono messa in ascolto di me stessa e ho assecondato quella sensazione di sofferenza che mi attanagliava da troppo tempo, e ho agito.

Agire. Muoversi. Prendere delle decisioni.

Chiusi in casa, sembra che abbiamo perso il controllo della nostra vita, ma in questi mesi ho capito che non è proprio così: solo noi possiamo decidere se essere vittime o protagoniste delle situazioni.

Il mio animo inquieto mi ha riportata al nastro di partenza. E dopo 21 anni sono tornata a casa mia, nelle Marche.
Un furgone con quarantuno scatoloni, uno per ogni anno della mia vita. Scarpe, libri, vestiti… sogni. Vedere tutte insieme le proprie cose fa un certo effetto!

Avevo bisogno di un cambiamento e volevo avere il mare vicino. Dato che ho la fortuna di avere a disposizione la casa dei miei nonni tutta per me, ho lasciato con dolore la mia stanza romana, la mia vita, i miei amici e i miei gatti (ma di questo non parlerò perché riprenderei a piangere) e con un viaggio di quattro ore mi sono catapultata in una nuova città. Certo, qui ci sono nata, ma ormai mi sento straniera. E’ da qui che a diciannove anni ho preso un treno, diretta a Bologna, a sognare di lavorare in teatro. E l’ho fatto! Io ho fatto tutto (o quasi) quello che sognavo di fare. Questi mesi di pandemia mi hanno da una parte fiaccata, ma soprattutto mi hanno rimessa in ascolto dei miei desideri.

E ho capito una cosa importante: non siamo alberi. Ci possiamo muovere. Andare, tornare. La vita, la nostra vita, è mobile. Perché allora ci fissiamo e ci inchiodiamo in scelte e progetti che magari non ci assomigliano più?

Non credo nell’indeterminato, nel per sempre.

Credo nella cura, nella conferma quotidiana, nell’ascolto.

Ecco qui. Penelope ha cambiato città. Non so per quanto tempo. Sarà così finché ne avrò voglia.

La cosa su cui sto più riflettendo è un mal celato “senso di colpa“. Sono serena, e questo mi fa sentire in colpa. Non credo sia un’anomalia. Credo che ognuno di noi ha sentito questa sensazione quando ha preso una nuova strada, soprattutto se non accolta con entusiasmo da chi lo circonda. Accolgo anche questa nuova sensazione e vado avanti.

C’è chi fa della “resistenza” una qualità. Resistere fino alla morte. Inizio a pensare che non abbia un’accezione così positiva. Sto invece cercando di abituarmi ai “vuoti”. Al lasciare andare. Alle mancanze. Di persone accanto, di abbracci. Al vuoto di un lavoro che non c’è. E quel vuoto credo vada vissuto, attraversato. Non per forza riempito.

Torna in nostro aiuto Mariangela Gualtieri

Chiedo la forza del tirarsi indietro
la forza d’ogni rinunciante, la forza
d’ogni digiunante e vegliante
la forza somma del non fare
del non dire del non avere del non sapere.
La forza del non, è quella che chiedo.
Non non non: che parola splendida
questo non.

Più leggera sono pronta a dire “sì” e assecondare nuovi progetti. Appena ci saranno. Intanto studio e ricamo…

Adesso

Adesso è il 9 marzo 2021.

Adesso guardo fuori dalla finestra, sempre la stessa da un anno (tranne alcune bellissime fughe), e piove.

Adesso mi sento bene, un pò spaventata, ma mi sento bene.

A un anno di distanza lo posso dire: il Covid io non l’ho ancora preso.
Lo sto, però, subendo.
Da quando, un anno fa, ho lasciato il mio ufficio e non c’ho più rimesso piede (e credo che non ce lo rimetterò più).
Da quando, un anno fa, ho smesso di abbracciare e baciare.

Ma un anno fa ho deciso che da questa pandemia ne sarei uscita migliore.
Adesso, oggi, ora, posso dire che così è stato.

Proseguo il mio percorso di ri-esistenza.

Adesso ho tanti sogni nuovi, aspirazioni e non voglio tornare a quello che prima consideravo “normale”.

Sto per fare delle scelte importanti, dolorose.
Ma adesso, oggi, ripercorro questi dodici mesi con la memoria e mi commuovo.
Abbraccio Fischio (il gatto che adesso è mio, domani non lo so) e lo ringrazio per essermi stato vicino in questo anno assurdo e per avermi insegnato a “stare” senza attaccamento.

Non tutti oggi hanno questa sensazione di serenità che ho io.
Ma io, permettetemi, me la sono guadagnata col sudore, le lacrime versate, la tigna che mi contraddistingue.

Adesso dico che sono stanca di essere nel “limbo ” della cassa integrazione. Che non sono “fortunata perché almeno io prendo dei soldi”. Non c’entra la fortuna, la fortuna non esiste. Sono stati i sacrifici e i compromessi, è stato il coraggio con cui ho creato il mio personale percorso. Ho fatto tantissimi errori, ma rivendico tutto.
Non sono beata, la beatitudine arriva quando sei felice del tuo lavoro, hai dei progetti, una prospettiva. Io prendo un sussidio per non fare nulla, ma tutto questo mi schiaccia e mi impoverisce, anche economicamente. E da questa situazione voglio uscire il prima possibile.

Mi manca il teatro. Mi manca la mia comunità.

Ma da qui, adesso, ricomincio. Ancora una volta.
Può una pandemia compiere gli anni? Boh, questa pare di sì. E sembra anche che non voglia morire (sinceramente non ho mai augurato la morte a nessuno, ma al Covid si).

Non voglio più perdere tempo, ogni mia azione voglio che sia coerente al il mio sentire.
Mi fa paura chi non è cambiato. Se nemmeno una pandemia ci ha portati a cambiare il nostro stare in questo mondo… beh…. allora abbiamo un grosso problema.

Adesso, oggi, riparto dalla Maestra Mariangela Gualtieri

Adesso

Adesso è forse il tempo della cura. Dell’aver cura di noi, di dire noi. Un molto largo pronome in cui tenere insieme i vivi, tutti: quelli che hanno occhi, quelli che hanno ali, quelli con le radici e con le foglie, quelli dentro i mari, e poi tutta l’acqua, averla cara, e l’aria e più di tutto lei, la feconda, la misteriosa terra. È lì che finiremo. Ci impasteremo insieme a tutti quelli che sono stati prima. Terra saremo. Guarda lì dove dialoga col cielo con che sapienza e cura cresce un bosco. Si può pensare che forse c’è mancanza di cura lì dove viene esclusa l’energia femminile dell’umano. Per quella energia sacrificata, nella donna e nell’uomo, il mondo forse s’è sgraziato, l’animale che siamo s’è tolto un bene grande. Chi siamo noi? Apriamo gli occhi. Ogni millimetro di cosmo pare centro del cosmo, tanto è ben fatto tanto è prodigioso. Chi siamo noi, ti chiedo, umane e umani? Perché pensiamo d’essere meglio di tutti gli altri? Senza api o lombrichi la vita non si tiene ma senza noi, adesso lo sappiamo, tutto procede. Pensa la primavera scorsa, son bastati tre mesi – il cielo, gli animali nelle nostre città, la luce, tutto pareva ridere di noi. Come liberato dall’animale strano che siamo, arrivato da poco, feroce come nessuno. Teniamo prigionieri milioni e milioni di viventi e li maltrattiamo. Poi ce li mangiamo, poveri malati che a volte non sanno stare in piedi tanto li abbiamo tirati su deformi – per un di più di petto, per più latte. Chi siamo noi ti chiedo ancora. Intelligenze, sì, pensiero, quelli con le parole. Ma non vedi come non promettiamo durata? Come da soli ci spingiamo fuori dalla vita. Come logoriamo lo splendore di questo tiepido luogo, infettando tutto e intanto confliggiamo fra di noi. Consideriamo il dolore degli altri e delle altre specie. E la disarmonia che quasi ovunque portiamo. Forse imparare dall’humus l’umiltà. Non è un inchino. È sentirsi terra sulla nobile terra impastati di lei. Di lei devoti ardenti innamorati. Dovremmo innamorarci, credo. Sì. Di ciò che è vivo intorno. E in primo luogo vederlo. Non esser concentrati solo su noi. Il meglio nostro di specie sta davanti, non nel passato. L’età dell’oro è un ricordo che viene dal futuro. Diventeremo cosa? È una grande avventura, di spirito, di carne, di pensiero, un’ascesa ci aspetta. Eravamo pelo musi e code. Diventeremo cosa? Diremo io o noi? E quanto grande il noi quanto popolato? Che delicata mano ci vuole ora, e che passo leggero, e mente acuta, pensiero spalancato al bene. Studiamo. Impariamo dal fiore, dall’albero piantato, da chi vola. Hanno una grazia che noi dimentichiamo. Cura d’ogni cosa, non solo dell’umano. Tutto ci tiene in vita. Tutto fa di noi quello che siamo.

2020 + 1

Questo “nuovo anno” (almeno in questi primi giorni!) sembra il 2020 mascherato. Sono anni che non faccio buoni propositi per il nuovo anno e mai come in questo periodo siamo ancora imbrigliati dal Covid e dalle modalità di non-vita che comporta essere in pandemia.

Negli ultimi giorni del calendario 2020 ho provato a fare una raccolta dei ricordi dei dodici mesi precedenti nella pagina facebook di Penelope. Perché credo sia importante uscire dalla narrazione collettiva che tende a semplificare le cose. Non possiamo archiviare il 2020 come “un anno da cancellare”. Io non cancello un bel niente! Anzi, credo che il modo con cui abbiamo affrontato un virus, che non dipende da noi, dica molto del nostro carattere e del nostro modo di vivere.

Nell’archivio 2020 spicca il mio viaggio in Brasile, nato per festeggiare i 20+20. Quarant’anni passati per lo più in quarantena… eppure sono arrivata a Rio De Janeiro e nei mesi tra un lockdown all’altro sono tonata a Stromboli, sono andata a Venezia (ho anche preso una gondola!), sono andata per la prima volta a Genova, tornata a Padova, Milano e nel mio amato Rifugio Falier! Nonostante la distanza, il calore e il supporto delle mie amiche, della mia famiglia, sono state fondamentali. E ho studiato. Di tutto, manca solo l’inglese, per il resto ho fatto lunghe sessioni di studio, ho anche preso un diploma in alta formazione. Ho iniziato a ricamare. Mi sono scoperta fragile, e l’ho detto, a voce alta. Ho avuto paura, e ne ho ancora tanta.

la prima alba del 2021

Ora che ho un’agenda nuova, non ho progetti chiari per il futuro. In cima c’è ancora lo studio dell’inglese (!!) e tanta determinazione a raggiungere l’unico obiettivo importante: ESSERE FELICE.

Mi sento fortunata. Ho superato il 2020, la mia famiglia sta bene.
Non dobbiamo però sottovalutare lo stress psicologico in cui ci troviamo costantemente. Meditare, riflettere, chiederci ogni momento “come sto?”. Credo il 2020 ci ha dato la grande possibilità di smettere di essere performativi. Che va bene anche essere fragili, andare piano.

La prima parola a cui ho dedicato il 2021 è CONSAPEVOLEZZA. Di noi, delle nostre azioni, dei nostri sentimenti, di chi abbiamo accanto.
La seconda è CRESCITA. Personale, umana.

Dal 2020 ho anche riacquistato un grande amore per la vita. Quindi voto il 2021 al vivere fino in fondo. Senza freni, “... fino allo scortico“, come dice la Maestra Mariangela Gualtieri.

Io sono solo stanca di essere arrabbiata. Eppure lo sono, perché sono in cassa integrazione e i soldi non arrivano, mi hanno trasformata in una mendicante mentre io sono una donna molto orgogliosa. Ma faccio un gesto di umiltà, e vado avanti. Sono arrabbiata perché c’è chi si approfitta di questo tempo per arricchirsi sulle spalle degli altri, per le ingiustizie. Sono arrabbiata per la violenza, soprattutto verso le donne e i deboli. Quindi devo trovare un modo per trasformare questa rabbia in qualcosa di costruttivo.

E auguro a tutti voi che leggete queste mie righe di avere con voi un bagaglio consono al nuovo anno, alleggerito dalle paturnie, problemi, zavorre e vampiri che vi hanno appesantito negli scorsi anni.

Vi saluto con un augurio firmato Chandra Livia Candiani:

Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare. Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce. Non voglio imparare a non arrabbiarmi, voglio sentire il fuoco, circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io. Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere. Non voglio essere buona, voglio essere sveglia. Non voglio fare male, voglio dire: mi stai facendo male, smettila. Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio. Non voglio essere un’altra, voglio adottarmi tutta intera. Non voglio pacificare tutto, voglio esplorare la realtà anche quando fa male, voglio la verità di me. Non voglio insegnare, voglio accompagnare. Non è che voglio così, è che non posso fare altro

inseminare gioia

Ammetto che questa settimana è stata dura. Mantenere un pensiero ottimista richiede tanta fantasia, soprattutto in questo momento. Sul piano Covid i numeri aumentano, e ora dietro a quei numeri ci sono anche i volti di persone amiche. Pezzi di cuore “positivi”, ma non nell’accezione che piace a me. E tanti amici, invece, sono “negativi”, con pensieri funesti. Non farsi travolgere è veramente difficile. Ma la paura va affrontata e percorsa.

La mente è come uno specchio: quando siamo con persone positive lo diventiamo anche noi. E questo succede anche con le persone negative. Ma è importante ricordare che anche noi lo siamo e abbiamo una responsabilità verso chi ci circonda. Se continuiamo ad essere pessimisti sul futuro vedremo attorno a noi una coltre nera avvolgerci, e non c’è niente di più respingente.

Non mi fraintendete, non dico che dobbiamo girare tutti con una faccia da ebete che ride senza senso! Io mi sforzo di “inseminare gioia“, come dice la Maestra Mariangela Gualtieri

C’è nella tristezza un contagio
amore mio, e da questo si vede
che abbiamo fatto comune cuore
e siamo uno che pare due.
Allora io
insemino la gioia
in questa cosa che non consiste
però esiste e tiene entrambi appesi.
La gioia ce la metto io.

Non è bellissimo? Ma come si fa, in concreto? Eh, a saperlo con precisione sarei la donna più felice del mondo! Ma posso provare a portare la mia esperienza.

Partiamo dal presupposto che è normale, soprattutto in questo periodo, stare male, avere paura. Reprime i sentimenti o ritenerli “sbagliati” crea maggiore frustrazione. Accogliamo questo tempo e le sfumature umorali che ci crea. Non esistono sentimenti buoni o cattivi, ma solo ciò che sentiamo in un determinato momento, anche in risposta a situazioni che ci tocca subire, come questo. Prendiamo una pausa, chiudiamoci in ascolto di noi stessi in solitudine, attraversiamo il momento.
Ho scoperto che non tutto gira attorno a me, e questo alleggerisce di molto la responsabilità.
Sto cercando di lavorare sui maledetti sensi di colpa: io ne sono sempre stata imprigionata, e senza rendermene conto li utilizzavo per manipolare chi mi circonda.
Ho imparato a respirare: inspira, espira. Una cosa apparentemente banale, ma farlo consapevolmente aiuta a centrarsi sul presente. Sentire di essere qui, ora. Nel posto giusto al momento giusto.
Ho imparato a piangere. A chiedere aiuto.
A immergermi nella natura e a staccare il più possibile dal cellulare (questo l’ho imparato sulle Dolomiti!)
Sono di più in ascolto di me stessa. Incredibile quanto essere assertivi aiuti a stare bene. Sena forzarsi a fare cose, stare in posti o con persone che non ci assomigliano. “Seguire il ritmo”, il proprio ritmo.
C’è un’altra cosa che mi dà serenità e la dona a chi ho accanto: esserci. Essere una presenza vera, pronta a sostenere chi ha difficoltà. Sapendo cosa significa aver bisogno di avere una spalla su cui piangere, quando posso, divento io quella spalla. Con un sorriso, che scalda il cuore.

E poi, sono molto fortunata: ho due gatti in casa, fonte di serenità e gioia immensa! A pensarci bene, forse sono stati loro che mi hanno insegnato, con il loro modo di essere “egoisti” e sinceri, tutte queste cose. In questo periodo di maggiore solitudine, sono loro il mio specchio. Amano la loro libertà e ci insegnano a rispettarla e a praticarla. Sono autonomi, sanno cosa vogliono, e si prendono grandi momenti di riflessione. Si, dobbiamo imparare da loro!

Se ci concentriamo, scopriamo che possiamo trovare dei motivi per essere felici, o almeno sereni. Bisogna “solo” imparare ad accoglierci, senza lottare sempre contro noi stessi. Accettare che assomigliamo solo a noi stessi regala un grandissimo senso di libertà. E uno sguardo sereno regala serenità.
Tempo fa avevo iniziato un barattolo della felicità, in cui inserire foglietti con scritto quello che mi faceva felice. L’intento era di scrivere una cosa ogni giorno, e quando non mi veniva in mente nulla, tirare fuori uno di quei biglietti. Come tante cose l’ho lasciato in sospeso, in bella vista sul mio comodino. Beh! Approfitto di questo articolo per prendere l’impegno di ricominciare oggi stesso.

Vi auguro di trovare il vostro sguardo sereno, io sul mio ci sto lavorando molto!

un punto alla volta

… un filo alla volta. Per ricucire, per creare, per meditare.

Questa è la mia nuova passione. Non dico l’ultima, perché nel frattempo so che ne sto già covando di nuove. Ma ora è questo che faccio, a casa, nei momenti di silenzio. Prendo ago e filo, nero. Una tela. La mia preferita è un banale cencio della nonna. E ci cucio disegni e parole che parlano di me.

E’ iniziato tutto in lock down, ma in realtà è iniziato anni fa, al Teatro Biblioteca Quarticciolo, quando grazie a Barbara della Polla ho conosciuto Maria Lai, artista sarda con una grande sensibilità, che creava arte con quanto trovava, fili e tessuti in particolare. A gennaio di quest’anno sono andata a vedere una mostra dedicata a lei. Il cuore mi esplodeva.

NON IMPORTA SE NON CAPISCI, SEGUI IL RITMO (Maria Lai)

Sono parole che mi rimbombano in testa ogni giorno, ogni volta che non capisco cosa sta succedendo. Vado avanti, seguo il ritmo. Così ho fatto a marzo: chiusa in casa, ho preso ago e filo per cucire un buco nella tasca della giacca. E poi tutto è proseguito in modo naturale: ho preso una borsa di tela, l’ho tagliata e ho c’ho scritto la poesia di Mariangela Gualetieri, “Nove Marzo Duemilaventi” e ho ricucito le parole.
In questi mesi ho cucito cuori, con frasi di poesie, ispirate dalle persone che amo. Ma in realtà, stavo ricucendo il mio di cuore. E lo faccio ogni giorno. Lentamente. Un passo alla volta.

PRENDI IL TUO CUORE SPEZZATO E FANNE UN ARTE (Carrie Fisher)

Nel mio ultimo articolo parlavo di “cicatrici”. Nel confronto con alcune lettrici (oddio, che emozione sapere che qualcuno legge queste mie righe!) ci siamo chieste che cosa sono queste cicatrici: segno del male che abbiamo subito, o di quello che abbiamo arrecato noi?

Vittime e carnefici.

Io so di aver fatto del male, e so di averne subito tanto. Ma riconosco che spesso è stato frutto della fragilità. Ho chiesto scusa a chi ho ferito e ho cercato di regalare il perdono a chi mi ha fatto del male. Sono andata avanti, sto andando avanti. Ora cerco di essere più delicata. Verso gli altri e verso me stessa.

La maggior parte delle volte è delusione. Delusione per le aspettative infrante e i sogni disillusi. Perché ad ogni incontro, ad ogni lavoro, ad ogni viaggio, ci aspettiamo che tutto vada come vorremmo noi.
Allora cucio. Cucio il mio cuore. Cucio insieme i miei pensieri. Cerco il filo della matassa. Questo blog è nato proprio per dire ad alta voce, e a me stessa, che va bene così. Va bene uscire da sola. Va bene essere forte e pensare a me stessa. Va bene se in alcuni momenti ci sentiamo a pezzi. Non è nostra la responsabilità delle cose ci accadono, ma è nostra la responsabilità di come reagiamo. Continuare ad essere “vittime” non ci farà guarire.

Io reagisco così ai momenti di solitudine. Sorridendo. A prescindere, sorrido. E ora cucio. Ogni punto è un passo nel vuoto. Hai un disegno da seguire, ma devi concentrarti per andare nel verso giusto. Per quanti progetti fai prima, disegni, bozzetti, il risultato finale è un mistero. Se cambi filo, stoffa, è come ricominciare ogni volta d’accapo. Eppure il finale è sorprendente!

Ho tre spiriti guida: Maria Lai, Mariangela Gualtieri e Chandra Livia Candiani. Oggi Penelope vuole salutarvi con una poesia di quest’ultima:

Dove ti sei perduta
da quale dove non torni,
assediata
bruci senza origine.
Questo fuoco
deve trovare le sue parole
pronunciare condizioni
di smarrimento dire:
“Sei l’unica me che ho
torna a casa”

L’importante è fare il primo passo, mettere il primo punto. Soprattutto in questo periodo di grande incertezza, in cui nulla dipende da noi. Seguiamo il ritmo…

Apologia del fallimento

Roma, ottobre 2020

A un passo da un nuovo possibile lock down, dopo un’estate a correre incontro alla vita, nei luoghi del cuore, a cercare le mie persone, quelle che amo e stimo, che in quarantena mi hanno (spesso inconsapevolmente) dato un motivo per non mollare, provo a progettare il futuro. Sono in uno dei tanti momenti di confusione, in cui mi chiedo cosa voglio, chi sono… mi domando da dove ricominciare. Per farlo mi guardo indietro, perchè è importante, per ri-esistere, ricordare da dove si viene.

E nel guardare il mio percorso mi viene naturale ricordare e festeggiare le vittorie e gli obiettivi raggiunti. E i fallimenti? quanto ho imparato da loro? Mi sorprendo a scoprire che nella fragilità della sconfitta mi sono sempre rialzata e mi sono scoperta più forte, riprendendo il percorso con più forza e volontà.

Perché, allora, appendiamo solo le lauree e le foto dei bei momenti ma non celebriamo anche quei fallimenti che ci hanno aiutati a scoprire veramente chi siamo?

Nel fallimento troppo spesso siamo soli. Non si esce a festeggiare… non si condivide volentieri un errore. Nella solitudine, però, ci si può mettere in ascolto, fermarsi per fare bilanci e chiedersi se poi, in fondo, non sia stato un bene non ottenere quello che tanto si desiderava. Poi rialzarsi e ripartire, aggrappati ai propri valori e sogni.

Ecco: io sento di essere esattamente dove volevo essere. Sembra assurdo, ma in questo momento difficile sono il frutto di tutti i desideri espressi. A questo punto, ironicamente, mi verrebbe da dire che non sono brava ad esprimere i desideri! Oppure semplicemente…. che non siamo noi a decidere nulla. Ci viene naturale imputare alla sfortuna degli accadimenti imprevisti che vanno contro i nostri piani, ma in realtà è solo la vita!

Rifletto sul “fallimento”.

“fallire”
Non giungere a realizzazione o a compimento.
Non riuscire nel proprio intento, non raggiungere lo scopo desiderato.

In una società performativa come la nostra, il fallimento non è mai contemplato. E’ una vergogna da nascondere. Piango ogni volta che leggo di persone che addirittura si tolgono la vita perché “hanno fallito”.

Io voglio portare con fierezza le mie cicatrici. Arrendermi all’inevitabilità che anche il peggio può accadere. Voglio piangere quando sbaglio, fermarmi per un pò. Sciogliere i legami e le promesse del “per sempre” che faccio ogni volta con i progetti che intraprendo. E poi godere la serenità dell’andare avanti senza nessuna meta, finché non arriva la nuova idea, i nuovi occhi che ti rapiscono, il nuovo battito di cuore.
A volte fa più male, a volte meno.

Guardare in faccia il mondo e dire: “sì, ho sbagliato, ho fallito… e allora?”

Nell’arco del miei 20+20 anni di fallimenti ne ho avuti tanti. Sono un fallimento vivente se paragono il mio presente ai progetti che avevo fatto tanto tempo fa. Se mi paragono alla donna che “sarei dovuta essere” per la società.

Eppure, mi guardo allo specchio e non ho mai avuto uno sguardo più sereno! E serenamente vado incontro a un futuro incerto. Perché in quella incertezza ci vedo una possibilità: la possibilità di essere felice.

Mi rendo conto, infine, di provare più stima per chi è riuscito a rialzarsi dopo una caduta. La bellezza e la luce che brilla negli occhi di chi ha avuto la forza di tirarsi indietro, di mollare, lasciare la presa. E’ la stessa che vorrei vedere sempre brillare nei miei occhi.

“Chi è in grado di distinguere quando è il momento di dare battaglia e quando non lo è riuscirà vittorioso”, dice Sun Tzu ne “L’Arte della Guerra”. Anche accettare il fallimento e abbandonare il campo con orgoglio è una vittoria. Andarsene, mollare la presa, e proseguire, più leggeri, certo frastornati, ma sani e salvi.

Quanti progetti avviati che sono naufragati. Storie d’amore finite. Amicizie che ci hanno traditi. Lavori persi (!!).
Per me il vero fallimento è non provare. E’ farsi prendere dal panico e dalla paura. Se è solo la vittoria che ci interessa, allora fa paura iniziare. Se invece è il percorso… allora avremo comunque vinto.

Spesso proviamo invidia per quelle persone che si mostrano vincenti. Ma che senso ha nascondere la propria fragilità? Chi è sempre felice, per me, è un imbroglione. Chi è frutto del proprio percorso di vita, che inevitabilmente conta anche delle sconfitte, è veramente forte.

Ciao, sono Stefania.
Ho 20+20 anni, ho fatto tanti sbagli e ho fallito su tanti fronti. Eppure sono felice e fiera di me. Eppure ancora ci credo che il futuro può essere migliore. Affronto il presente aspettandomi il peggio e sperando per il meglio, cercando il lato positivo. Non mi vergogno di piangere e non mi vergogno di ridere. Sono grata a tutti gli incontri fortunati e a quelli sfortunati, perchè grazie a loro ho imparato tanto.
E ora scusate… ma devo rincorrere la mia felicità.

E voi? che rapporto avete con i vostri fallimenti?

Noi ragazze romantiche, di tutte le età

Noi ragazze romantiche, di tutte le età,

che stiamo sempre con lo sguardo verso il cielo.
Che guardiamo le nuvole.
Che seguiamo il volo degli uccelli.
Che corriamo dietro le farfalle.
Che ad ogni tramonto facciamo un sospiro e diciamo “che bellezza”, come se fosse sempre la prima volta.
Che puntiamo la sveglia per vedere l’alba.

Noi ragazze romantiche, di tutte le età,

che guardiamo il mare chiedendoci cosa ci sarà oltre l’orizzonte.
Che chiudiamo gli occhi e stiamo a sentire il calore del sole in ogni parte del corpo.
Che i fiori li accarezziamo.
Che guardiamo le stelle, e se ne cade una… già avevamo il desiderio pronto.

Beh, noi ragazze romantiche, di ogni età, la Luna la contempliamo tutte le sere.

Non solo quando c’è l’eclissi più lunga del secolo.

Noi la cerchiamo, la salutiamo.
Ci fermiamo al semaforo più felici se davanti a noi c’è Lei.

Eh, se potesse parlare la Luna… Lei sa tutto di noi.

L’altra sera, 27 luglio 2018,  è diventata rossa. Forse perchè di segreti ne abbiamo raccontati troppi??

luna rossa

Non so voi, ma io dopo l’eclissi mi sono sentita più leggera. Più consapevole.
Dicono sia un nuovo inizio!
Di sicuro è stato uno spettacolo che non dimenticheremo più.

La Luna è arrossita, è diventata rosso sangue, e poco dopo da sotto è spuntato anche Marte, rossissimo anche lui!
Contemplandola io ho avuto mille pensieri, ho espresso i miei desideri ed ho aspettato che la Luna tornasse bianca, che quel rosso portasse con se una parte di me.

Beh… come dice Vasco?

… Se c’è qualcosa che non ti va
Dillo alla luna
Può darsi che ‘Porti fortuna’
Dirlo alla luna…

Ed ovviamente noi ragazze romaniche, di tutte le età, ci crediamo!

Le irragionevoli ragioni della politica (e del cuore)

Dopo quattro anni, ieri sono rientrata in uno dei miei luoghi del cuore… il Teatro Valle di Roma. Era il 10 agosto 2014. Un tuffo al cuore, nei sentimenti.
Come un esiliato che rientra furtivamente in Patria, di nascosto, per riabbracciare i suoi cari, stavolta Ulisse e non più Penelope. Sono entrata alla conferenza stampa di presentazione del progetto del Comune di Roma: “Interludio Valle”, una serie di eventi di riapertura parziale del Teatro tra la prima e la seconda fase dei lavori di ristrutturazione necessari per farlo tornare ad essere agibile.
Da quando ho deciso di andare, grazie alla segnalazione di Andrea Pocosgnich, l’unico che ne ha dato informazione dato che era un evento super blindato con camionette della Polizia e lista di ingresso… un solo pensiero mi è risuonato in testa:
E’ SOLO AMORE
E’ stato solo amore che ci ha fatto lottare per salvare da una speculazione e dalla brutta politica un teatro storico, simbolo del nostro lavoro e dell’arte. Che ci ha fatto mettere corpo e anima in una lotta. Che ci ha fatto prendere cura di uno spazio, pulire i bagni, passare l’aspirapolvere, fare riunioni interminabili, litigate, creare cose belle…. gratis. Un gratis che è stato ricambiato da energia, bellezza, senso di pienezza, perchè quello che facevamo aveva un senso, e non aveva bisogno di essere retribuito.
E’ solo amore che guida le irragionevoli motivazioni che ci fanno continuare a fare un lavoro masochista. Tra disperazione ed euforia.
Ed è stato solo per amore che ieri ho preso l’autobus (lo scooter ovviamente rotto… perchè lui è l’unico che mi capisce e sa quando deve fermarsi e lo fa per me, per farmi rallentare e donarmi momenti di riflessione) e sono entrata.
Il tempo sembrava non essere mai passato, immobile come l’orologio che è dipinto sopra il palco. E invece… era una vita fa.
Mi sono seduta su una poltrona, sotto quel lampadario e quel soffitto che ho sempre amato, e mi sono lasciata avvolgere da un abbraccio caldo, sincero. Sono sprofondata nei ricordi, vedevo visi, sentivo voci impressi nella memoria del cuore.
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Poi mi sono ripresa, e mi sono messa in ascolto. E ho sentito di progetti di apertura “temporanea”, di installazioni e non di spettacoli, perchè il teatro non è agibile, di soldi spesi per far riavere a quel luogo la sua “funzione pubblica” di luogo di cultura. Ma… qualcosa non mi torna. Perchè in questi tre anni, uscita da li, cacciata da li, ho invaso la città, il paese intero. Festival, compagnie, nuovi spazi che cercano di aprire. Penelope è uscita (sola!) e ha smesso di attendere un lavoro. uno spazio… se li sta creando da sola. Il Teatro Valle era e resta un simbolo, un luogo pieno di storia e di bellezza. Ma come dissi tre anni fa, non deve restare un’isola che non c’è. E se fuori dal suo foyer c’è una città che soffre non si può far finta che non sia così.
Invece, ecco la politica: facciamo vedere che il teatro è aperto, che è un luogo pubblico e attraversato. Pazienza se invece che teatro (che è la vera funzione dello spazio) ci facciamo mostre e incontri. Trasformiamolo nel salotto buono, uno specchio che rifletta un’immagine creata apposta per far vedere la nostra bellezza.
Ma se quello specchio fosse realmente interrogato, alla domanda “Teatro Valle, chi è il più bello del reame?” io sono sicura che lui non direbbe “IO” ma nominerebbe tutti quei teatri privati, gli spazi multidisciplinari, autogestiti, che con fatica ogni giorno portano avanti un vero lavoro su territori difficili e su una città che sta soffrendo, ma lo fanno con coraggio e follia. Con Amore. Nominerebbe le compagnie teatrali e gli artisti romani senza una sede che provano spettacoli nelle proprie cucine, nei garage. Nominerebbe chi ha lasciato questa città per creare e portare bellezza altrove, dove finalmente gli viene riconosciuto un valore.
Perchè è solo amore voler continuare a fare un lavoro in un ambiente e una città che non riconoscono una storia,  che ti prendono delle idee e dei progetti ma non ti coinvolgono nella realizzazione, che non ti pagano costringendoti a fare mille lavoretti per campare senza avere più le energie e il tempo per realizzare il tuo sogno.
Il Teatro Valle ha una storia. Si respira appena ci entri. E in questa storia ci sono anche tre anni di occupazione in cui si era creato un laboratorio di idee, in cui migliaia di persone lo hanno attraversato e lo hanno potuto vivere liberamente. Vederlo così, aperto e in bella mostra di sè ma senza una vera anima è doloroso.
E penso che la politica poteva concentrarsi e decidere di investire fuori. Cercare altri fondi e far tenere aperti più ore i teatri pubblici agibili che ci sono, ad esempio, e darli gratuitamente a compagnie e artisti romani. Far partire e ripartire progetti di sostegno per la cultura. Di salotti buoni e di vetrine in questa città ce ne sono già tante.
Il Teatro Valle deve risuonare di arte, risate, teatro, VITA. Diamogli il tempo di riprendersi, di tornare ad essere bello, agibile, e nel frattempo perchè non avviare dei progetti realmente condivisi da far convogliare li tra (speriamo!) tre anni???
Ho visto l’installazione. Un bellissimo sipario di Palladino, quadri di drammaturghi e le voci. Ho ascoltato a occhi chiusi la voce di Carmelo Bene. Voci del passato che risuonano in un luogo in cui veramente il tempo sembra non voler passare più, congelato da lavori di ristrutturazione e infiniti tempi della politica.
COME E’ TRISTE LA PRUDENZA
Sono uscita da lì rattristata. Scappo da un passato che si auto-celebra all’infinito. Investo nel futuro. E spero che il Teatro Valle torni presto a splendere, torni a vivere. Che diventi veramente un luogo di tutti e per tutti, aperto sempre, pubblico, vivo, con progetti condivisi di arte e cultura.
Nel frattempo… noi… qui fuori… cerchiamo di sopravvivere.
E’ solo amore… irragionevole amore.
#penelopeescesola

E quindi… ciao 2017

Ultimo giorno dell’anno. Ho iniziato il 2017 senza fare propositi ed esprimere desideri, lo chiuderò senza tirare le somme.

Sono stati 365 giorni di emozioni, avventure, delusioni, emozioni, sorrisi, lacrime, scoperte, odi e amori. Giorni come tanti, giorni speciali, giorni dimenticabili e giorni indimenticabili.
E con un normale continuum… domani arriverà il 2018.
Chiedo solo al 2017 di passargli in consegna i miei sogni mai svelati, i desideri conservati nel profondo, perchè non ho intenzione di raccontare troppo di me a un nuovo anno appena conosciuto. Insomma, la fiducia va conquistata.
Se non fosse per motivi convenzionali, non lo vorrei proprio far finire questo 2017.
Si lo ammetto, mi sono ormai affezionata. Ma certi bei rapporti non finiscono con la separazione, e so che ti ricorderò sempre mio caro 2017.
Pochi tuoi predecessori hanno avuto questo privilegio.
Marisa Forzani serenità coraggio e saggezza
Nel significato numerologico il numero “7” è proprio un bel numero! sembra avere la capacità di “realizzare” il magico nel quotidiano, rappresenta un ciclo compiuto e dinamico. Io poi gli ho associato il “3” dei miei 37 anni, quindi… uahu!!!
Tra le cose importanti che ho scoperto e accettato di me è che sono riccia! Una vita a lottare con i miei capelli, piastre, phon, ore e ore perse. E invece: chi nasce riccio non avrà mai un vero liscio!
 Grazie allo yoga mi sto rimettendo in ascolto della mia vera natura (anche quella dei capelli!).
ACCETTARSI E’ IL PRIMO PASSO PER LA FELICITA’.
Ho un nuovo ukulele che ho intenzione di imparare a suonare bene trovando il mio strumming per portare allegria nella mia vita, perchè la vita va riempita di musica.
E ho ovviamente scoperto cose più profonde di me, e averle accettate mi ha permesso di conquistare un sguardo sereno e aperto. Di fare incontri (e scontri) che non avrei mai pensato e sperato di fare, concerti, lavori, città, teatri, amici, amiche…
Si. Nella sua (mia) imperfezione è stato un anno bellissimo.
Però ora mio caro 2018, non sentirti a disagio. Come ho fatto 365 giorni fa, anche nei tuoi confronti non ho alcuna aspettativa, te lo prometto.
Non le ho nemmeno più su di me.
Affrontiamo ogni giorno come una nuova occasione, conosciamo persone con curiosità, speriamo in nuovi lavori interessanti e divertenti, e perchè no… qualche viaggetto ci starebbe proprio bene!
Ma ora scusa, mi godo le ultime ore con il mio amico 2017, che sono sicura avrà ancora belle sensazioni, emozioni ed occasioni da regalarmi in chiusura.
Buon fine anno a tutti, nella vita è importante anche chiudere bene le cose, non solo saperle iniziarle.